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Paragrafo 3 . I riflessi culturali della crisi.

     
L'avvento della peste con i suoi tragici effetti (una morte improvvisa
dopo  un'atroce  agonia, la deformazione dei  corpi,  un  numero  cos
elevato  di  vittime  che  spesso i cadaveri erano  sepolti  in  fosse
comuni)  e  la  sua persistenza colpirono profondamente  l'immaginario
collettivo di una popolazione pur abituata alle epidemie e ad una vita
media  molto breve (la durata media della vita era di circa 35  anni):
si  diffuse  un  inusitato senso della precariet dell'esistenza,  che
trov le sue pi immediate espressioni nelle manifestazioni religiose.
Le  processioni,  volte  a  scongiurare il castigo  divino,  assunsero
aspetti parossistici: schiere di "flagellanti" percorrevano le  strade
e  le citt pregando e martoriandosi il corpo; un diffuso timore della
perdizione  eterna,  dovuta all'impossibilit del  pentimento  per  la
rapidit  della  morte, s'impadron delle genti del tempo,  tanto  che
molti  di  quelli  che potevano si affrettarono a  dettare  testamenti
destinando parte dei loro beni ad enti ed opere religiosi.
     Il  senso  della precariet dell'esistenza e della  vanit  della
vita  entr  a  far  parte  anche  del patrimonio  artistico  europeo.
Dovunque  cominciarono ad apparire, a partire dalla seconda  met  del
Trecento  fino  al  primo Cinquecento, affreschi,  dipinti  e  scritti
ammonitori e terrorizzanti, noti come "trionfi della morte"  e  "danze
macabre",  che  rappresentavano in modo crudo  e  realistico  l'azione
della morte ed i suoi effetti.
     Allo  stesso tempo per, la paura della morte spingeva una  parte
della popolazione a ricercare il godimento immediato e a dissipare  in
consumi
     
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     voluttuari  le  proprie  energie e le  proprie  ricchezze,  senza
curarsi della salvezza dell'anima. Come osserv Matteo Villani, autore
di  una  Cronica,  che continuava quella del fratello Giovanni,  morto
proprio  di  peste  nel  1348, i sopravvissuti,  potendo  disporre  di
abbondanti  mezzi, cominciarono a trascorrere il tempo  nell'ozio,  ad
organizzare  grandi  conviti e ad indossare vesti lussuose  delle  pi
strane  fogge; tanto che il governo cittadino dovette intervenire  con
leggi apposite per limitare quella scandalosa ostentazione.
     Del  resto  il  Decamerone, il capolavoro  del  grande  scrittore
trecentesco Giovanni Boccaccio,  una raccolta di novelle che l'autore
immagina  raccontate da un gruppo di giovani rifugiatisi  in  campagna
durante  la  peste  del  1348 e dedicatisi ad una  vita  piacevole  ed
allietata  da  divertimenti, passeggiate e racconti, per astrarsi  dal
dramma  quotidiano della morte e in segno di sfida nei riguardi  della
morte stessa.
